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Tove Ditlevsen, Infanzia


Tove Ditlevsen è una scrittrice e poetessa danese straordinaria. Sebbene sia ancora più ironicamente straordinario il fatto che sia stata tradotta solo oggi in italiano, grazie a Alessandro Storti per Fazi editore. Il migliore libro letto quest’anno senza dubbio, tanto che aspetto con trepidazione i prossimi due libri della sua trilogia di Copenhagen, dopo Infanzia, Gioventù, Dipendenza. Sono libri brevi, ma taglienti come lame.


Una lettura con un retrogusto amaro come lascia intendere il seguito della sua opera come della sua vita, dipendenza poi suicidio. Eppure la salvezza c’è sin dall'infanzia ed e’ l’unica possibile, quella delle parole. Della poesia, la prima scritta all’età di dieci anni. 


“Anche se i miei versi non piacciono a nessuno, non posso fare a meno di scriverli, perché leniscono il patimento e gli aneliti del cuore.”


La salvezza è una luce impalpabile che non è quella della speranza, ma dell’interiorità dell’artista, la cui sensibilità è così profonda quanto estremamente radicata nell’anima da non poter evitare di vedere la sofferenza della realtà, il dolore esistenziale che l’attraversa.


Possiamo raccontarci tutto quello che vogliamo sull’infanzia felice, ma non nel 1917, non sulla strada di Istedgade, il quartiere operaio di Copenaghen descritto da Ditlevsen. Le bambine e i bambini vedono tutto, ascoltano tutto, sanno tutto. Sanno che l’età adulta sarà comunque peggiore.


“Rifletto sul fatto che una volta la cosa più importante al mondo era se mia madre mi amasse o meno, ma quella bambina che brava con tanta forza il suo affetto e continuava a cercarne i segni non esiste più. Ora penso che mia madre mi voglia bene, ma questo non mi rende felice.”


Perchè poi si è davvero soli, con la propria interiorità.


"E' passata la nostra amicizia, così come l'infanzia, i cui ultimi residui mi cadono di dosso come scaglie di pelle ustionata dal sole, sotto la quale traspare un'adulta sbagliata e impossibile."



Sinceramente non condivido il paragone con Elena Ferrante e la sua serie con cui ha esordito il New York Times, perché qui siamo a livelli molto più elevati, molto più intensi e veri, soprattutto stilisticamente. Nessuna parola è mai casuale, ma conseguenza necessaria della precedente. Anelli di una stessa catena. Preferisco di gran lunga il paragone che è stato fatto con Annie Ernaux per il taglio auto-socio-biografico. In ogni caso Ditlevsen arriva prima di entrambe. Mi auguro che ottenga la notorietà che merita.


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