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"La mia Ingeborg", recensione del nuovo thriller nordico di Tore Renberg

“Sono Tollak di Ingeborg. Appartengo al passato.”


Con queste frasi tagliate con l’accetta, capiamo sin dall’inizio con chi abbiamo a che fare.

Tollak, il protagonista, ha una visione molto ristretta del mondo e della vita. Non lascerà mai la sua casa nei boschi del Vestmarka, cupi e selvaggi come lui. Per lui è impossibile capire chi se ne va, come i suoi figli, Hillevi e Jan Vidar.


“Hillevi mi aggredisce.

Da tempo siamo come due pietre, due pietre che cozzano l’una contro l'altra. Nessuno dei due vuole cedere e lo scontro continua, si ripete, va avanti.

Non abita più qui da noi, non abita più in paese, non abita neanche più in città. Doveva andare a vivere a Oslo, nella capitale. Siede nel suo ufficio all’università, fa la ricercatrice, sostiene, scrive, dice. A mio avviso sta pisciando su tutto quello che hanno costruito i suoi antenati. Le sue antenate. È così pazzesco che mi rifiuto di parlarne. Una volta ho letto uno di questi articoli che ha scritto. Avevo comprato appositamente il giornale e, inforcati gli occhiali, avevo cominciato a leggere. Usava parole che non aveva mai imparato in casa. Parlava come un’estranea. Si scagliava contro il passato, contro noi uomini, contro le povere madri delle donne che crescono oggi. Si gettava in picchiata, ecco quello che faceva, agitando le sue ali su di noi come un falco impazzito e usando parole che mai avrei creduto sarebbero uscite dal becco di uno dei miei.

Vuole distruggere tutto ciò che è mio.

Vuole saltare alla gola e attaccare tutto ciò che è nostro, Ingeborg.”


Ingeborg, sì, l’unica donna che ha mai amato e amerà.

“Quando due persone si incontrano e cadono uno nelle braccia dell’altra, allora la terra trema e succedono cose meravigliose.

Erano quelle le parole usate da mia madre.

Si esprimeva così, senza tanti giri di parole, fin da quando ero bambino. Era capace di congiungere i palmi delle mani e tenerli premuti, e a quel punto la sua parlantina riempiva la stanza. Sicuramente in quello che diceva si nascondeva qualche storia vissuta, ma non le ho mai chiesto cosa vedessero i suoi occhi. Io e la mamma non parlavamo mai di quel genere di cose.

Il giorno in cui ho conosciuto Ingeborg, nella mia mente sono riemerse le sue parole. Non ci pensavo da una vita, ma quel giorno, eccole, mi sono apparse nitide nella testa, è stato allora che ho capito a cosa si riferisse mia madre.

Avevo compiuto ventinove anni.

Era ottobre e i fianchi della vallata brillavano di tutte le sfumature dell’ocra.

Da quel giorno per me non sono mai più esistite altre donne.”


Tollak è un uomo d’altri tempi, di quelli che non devono mai mostrarsi fragili, che non ridono quasi mai e che parlano poco, che non hanno amici e a cui piace menar le mani, specie dopo aver bevuto.

È cocciuto e ce l’ha con tutti: con la famiglia di Ingeborg, i sacerdoti, i nipoti, la nuora, i proprietari del negozio di materiale edile responsabile del fallimento della sua segheria, non si salva nessuno. Un uomo con molti segreti, che poco per volta si vanno rivelando e intuendo, pagina dopo pagina.


L’unico a salvarsi è Oddo, Oddoloscemo, un bambino che tutti in paese bullizzano e che lui, inaspettatamente, decide di accogliere in casa come se fosse un figlio, quando la madre, una vicina, gli dice di non poterne più di lui. Lo difenderà sempre da tutto e tutti, Ingeborg compresa, mosso da un amore feroce, quasi animale.


La mia Ingeborg è un libro rabbioso e potente, intenso dalla prima all’ultima pagina (io l’ho divorato!). Ho amato molto lo stile dell’autore, le frasi brevi, il ritmo sempre serrato, la capacità di trasmettere e descrivere magistralmente l’animo tormentato, cupo e nero di Tollak, un buco nero in cui è facile cadere.




di Monica Nastasi


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